Sguardi di comunità. Armoniche tessiture a Salle, paese dei cordari
Autori
Data di pubblicazione
Fonte Nuova Secondaria, 9, 7-15
L’articolo documenta la quinta tappa degli Attraversamenti – La ricerca si fa strada della Scuola di Arti Performative e Community Care, svoltasi il 25 e 26 aprile a Salle, in provincia di Pescara.
Il paese, situato nel cuore della Majella a 470 metri sul livello del mare, viene assunto come esempio emblematico della pervicace volontà di frenare il declino di una piccola comunità delle aree interne, segnata da spopolamento progressivo, invecchiamento della popolazione, riduzione dei servizi essenziali e marginalizzazione economica.
Durante l’attraversamento, il gruppo della Scuola si confronta con la comunità locale e con il sindaco Davide Morante. Da questo incontro emerge, nelle persone che abitano Salle, la volontà di continuare ad abitare il loro territorio e di prendersene cura, poiché esso sa dare senso alla loro vita. Il testo sottolinea inoltre come gli abitanti abbiano a cuore il patrimonio delle loro tradizioni, si impegnino a mantenerlo vivo e coltivino i rapporti con i sallesi sparsi nel mondo.
Il rapporto tra comunità e territorio viene ulteriormente esplorato attraverso il riferimento alla storia insediativa del paese. Il racconto accosta infatti Salle Vecchio – l’antico borgo medievale abbandonato dopo il terremoto della Marsica del 1915 e la successiva frana di versante – all’attuale centro abitato, ricostruito più a valle negli anni Trenta. Ne deriva l’immagine di una comunità che ha conosciuto fratture e ricollocazioni, ma che continua a riconoscere nei propri luoghi una trama di memoria e appartenenza.
In tale quadro si colloca anche la secolare tradizione dei cordari, assunta dall’articolo come una delle espressioni più significative del rapporto tra saperi locali, memoria comunitaria e continuità culturale. Salle si distingue fin dal Seicento per la produzione di corde per strumenti musicali in budello animale, apprezzate per le loro straordinarie proprietà elastiche e sonore. Tale qualità viene ricondotta a una combinazione irripetibile di fattori naturali e saperi incorporati: l’acqua delle sorgenti locali e del fiume Orta, povera di calcare; l’aria adatta all’essiccazione; le erbe della Majella, come equiseto e asperella, utilizzate per la levigatura; e infine le pecore abruzzesi, le cui membrane intestinali risultavano sottili ma straordinariamente resistenti.
Gli autori evidenziano come questo sapere, che non stava in nessun manuale ma nelle mani e nella sensibilità tattile dei maestri cordai, sia stato tramandato di generazione in generazione, fino ad assumere una proiezione ben oltre i confini locali. Il testo ricostruisce infatti le vicende di famiglie e imprese che, a partire da Salle, hanno portato tale competenza a Napoli e negli Stati Uniti, fino a dare vita a marchi di rilievo internazionale come La Bella Strings e D’Addario.
Particolare interesse assume, all’interno di questa traiettoria, la vicenda della Toro Strings che, dopo la crisi della produzione del catgut chirurgico, ha saputo recuperare l’antica lavorazione delle corde musicali, intercettando l’onda del barocco revival e la riscoperta della prassi esecutiva storica. In questo passaggio emerge con forza il nesso tra memoria e futuro: nel recupero del passato, la Toro Strings individua una possibilità di continuità produttiva e culturale, mostrando come una tradizione apparentemente marginale possa diventare un’importante occasione di rigenerazione.
L’articolo integra, inoltre, una dimensione narrativa e antropologica attraverso “La storia di Felice Contestabile” di Piero Antonaci. La biografia di Felice – segnata dal lavoro contadino, dalla guerra, dalla prigionia e da molteplici esperienze migratorie – restituisce il peso della sproporzione sociale e dell’ingiustizia storica, vissute sempre con silenziosa dignità. Il suo corpo, le mani, le braccia e i gesti quotidiani diventano tracce incarnate di una storia personale che rinvia a più ampie vicende collettive del Novecento.


